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La Fillossera apre un nuovo spazio
Ciao, se segui La Fillossera da un po’, probabilmente ci siamo incontrati in modi diversi. Attraverso un articolo, una degustazione, un evento o un contenuto sui social. Al di là dei formati, il filo conduttore è sempre stato lo stesso: usare il vino come mezzo per osservare qualcosa di più ampio. La percezione, il linguaggio, le persone, i territori, la cultura che si muove attorno a un calice. Oggi a tutto questo si aggiunge un nuovo spazio Ho aperto una newsletter su Substack, un luogo che mi permetterà di approfondire temi e domande che negli ultimi anni sono diventati sempre più centrali nel mio lavoro. Il primo articolo si intitola: Perché esiste La Fillossera Ed è probabilmente il modo migliore per capire cosa troverai in questo nuovo spazio. Se ti va di leggere e di accompagnarmi in questa nuova fase del progetto, puoi iscriverti qui: → https://substack.com/@lafillossera Ci vediamo lì. Graziana
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La bottiglia non è una fine
Ci sono vini che nascono per essere bevuti.E altri che sembrano aspettare. Aspettano il silenzio giusto.La luce giusta.La persona giusta.Perfino la nostra versione giusta. Perché ogni vino ha un destino.E nessun vino vuole morire in bottiglia. La bottiglia non è una fine.È una soglia. Dentro il vetro il vino continua a muoversi, anche quando sembra immobile. Cambia ritmo, profondità, respiro. Perde alcune cose e ne trova altre. Si trasforma lentamente, senza fare rumore. Il vino è materia viva.E la vita non conosce immobilità. Il tempo del vino non è uno solo Quando parliamo di longevità, pensiamo quasi sempre agli anni. Alle bottiglie dimenticate in cantina. Alle vecchie annate. Al tempo che passa. Ma il vino conosce almeno due forme del tempo. I Greci le chiamavano Kronos e Kairos. Kronos è il tempo cronologico. Quello che si misura. Gli anni, le stagioni, le vendemmie. È il tempo che il vino attraversa mentre resta chiuso in bottiglia. Kairos è altro. È il momento opportuno. L’istan
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Innesti di Metodo: cosa significa davvero la mineralità nel vino?
Tra le parole più affascinanti del linguaggio del vino, “mineralità” è anche una delle più sfuggenti. Si usa per descrivere vini che ricordano la pietra bagnata, il gesso, la selce, la grafite, talvolta lo iodio del mare. È una parola che evoca il suolo, la roccia, l’origine geologica del vino. E proprio per questo sembra intuitiva: se il vino nasce dalla terra, è naturale pensare che ne porti nel bicchiere una traccia diretta. Ma cosa stiamo davvero descrivendo quando diciamo che un vino è minerale? Nel suolo i minerali esistono, certo. Nel vino arrivano soprattutto sotto forma di ioni disciolti — potassio, calcio, magnesio, sodio — ma in quantità molto piccole. In genere si tratta di concentrazioni dell’ordine di pochi centinaia di milligrammi per litro. Quantità che raramente bastano, da sole, a generare una percezione aromatica riconoscibile. Eppure la sensazione che chiamiamo mineralità è reale. La questione, allora, non è se i minerali “passino” dalla roccia al vino.La questione
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