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Innesti di Metodo: cosa significa davvero la mineralità nel vino?
Tra le parole più affascinanti del linguaggio del vino, “mineralità” è anche una delle più sfuggenti. Si usa per descrivere vini che ricordano la pietra bagnata, il gesso, la selce, la grafite, talvolta lo iodio del mare. È una parola che evoca il suolo, la roccia, l’origine geologica del vino. E proprio per questo sembra intuitiva: se il vino nasce dalla terra, è naturale pensare che ne porti nel bicchiere una traccia diretta. Ma cosa stiamo davvero descrivendo quando diciamo che un vino è minerale? Nel suolo i minerali esistono, certo. Nel vino arrivano soprattutto sotto forma di ioni disciolti — potassio, calcio, magnesio, sodio — ma in quantità molto piccole. In genere si tratta di concentrazioni dell’ordine di pochi centinaia di milligrammi per litro. Quantità che raramente bastano, da sole, a generare una percezione aromatica riconoscibile. Eppure la sensazione che chiamiamo mineralità è reale. La questione, allora, non è se i minerali “passino” dalla roccia al vino.La questione
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